Non poteva mancare alla nostra intervista un personaggio di spicco come Uzzeo. Parlare con lui è stato un carico di emozioni, che lui stesso ancora vive ripercorrendo i suoi passi fatti. Eccovi la meravigliosa intervista:

– Come è nata la collaborazione con Monolith con la Bonelli?
Con Monolith la collaborazione è nata in modo molto naturale. Collaborando già con la Bonelli e, visto che loro sapevano che io lavoravo già per il cinema e la tv, fui coinvolto nell’idea di Monolith, in quanto esso è nato da principio come fumetto e successivamente film. Credo che Monolith sia un’idea antecedente a quella di Orphany; in quel periodo lavoravo con Roberto sui John Doe e Dylan Dog, quindi sempre lui mi coinvolse nella stesura di quest’opera. Cominciammo a proporlo a varie case cinematografiche e la Bonelli accettò subito l’idea e la volle proporre come graphic novel, in un formato nuovo per la casa editrice. I disegni vennero affidati a Lorenzo Ciccotti, che come me lavorava per i fumetti e nell’ambito dell’audiovisivo, e con il quale avevo già creato dei cartoni animati. Dopo le prime pubblicazioni del fumetto, riuscimmo a vendere il soggetto e venne coinvolto un regista con cui avevo già collaborato, creando una situazione in cui tutti i pezzi andavano al proprio posto. Mentre con Roberto, quindi, continuavo la sceneggiatura del fumetto, con Ivan e Lorenzo mandavo avanti l’idea del cinema. Da subito è nata l’idea di creare due storie diverse: Monolith in versione fumetto e cinema hanno le stesse idee cardine; però, se Monolith fumetto analizza il rapporto tra le persone e la tecnologia, dove ormai la tecnologia è diventata un’esigenza come anche una gabbia, nel film invece abbiamo voluto osservare le varie prospettive dei personaggi. Per esempio, abbiamo voluto spiegare perché Sandra, madre del bambino, si è ritrovata proprio lì, qual è il fatal flow, qual è il demone interiore con il quale sta combattendo il personaggio, questo demone che si fa metafora tra la macchina e il bambino. Quando molti mi chiedono se conviene leggere prima il fumetto o guardare il film, io rispondo che sì, sono di base la stessa cosa, però uno non “spoilera” l’altro, perché hanno visioni diverse. Ciò è dovuto anche ad esigenze tecniche: sul fumetto non avevamo problemi in quanto Lorenzo Ciccotti è una garanzia, mentre nel film abbiamo dovuto tener conto del budget, poiché non essendo una grande produzione hollywoodiana ma italiana abbiamo dovuto trovare un modo per mantenere lo stesso impatto visivo del fumetto e magari andare anche ad innalzare la posta su alcune parti della storia.

– Cosa si prova a dare voce a Dylan Dog?
Ammetto che la prima volta che ho scritto “Giuda ballerino” mi sono emozionato. Quando si va a toccare un personaggio che è parte dell’immaginario collettivo italiano del fumetto è sempre una grossa emozione e senti una grande responsabilità, data dal fatto che ognuno dei lettori di Dylan Dog ha in testa una sua versione di Dylan. Nel momento in cui vai a muovere il personaggio non solo devi stare attento a rispettarne gli stilemi e le regole della casa editrice, ma in un certo senso devi sapere che ognuno dei circa 10.000 lettori di Dylan Dog ha la sua idea di Dylan Dog e tu devi rispettarla. Probabilmente i lettori conoscono il personaggio meglio di me e soprattutto c’è un legame affettivo da parte loro, quindi, in tutto ciò, devo cercare di inserire anche la mia voce in quanto creatore. Dylan Dog è un personaggio che ti chiede un sacrificio, cioè ti chiede di metterci l’anima, perché quando Sclavi l’ha inventato  non ha pensato ad un “contenitore di storie varie” da fargli vivere. La chiave di Dylan Dog è che il personaggio viva quell’orrore su se stesso. Le storie più belle di Dylan Dog sono quelle dove lui deve affrontare dei demoni talmente interiori, talmente forti, che rischia di non vincerli. Tu devi soffrire con Dylan Dog mentre lo scrivi, e questa è l’unica regola che mi sono dato: nello scriverlo, devo affrontare una mia paura. Ognuna delle mie storie di Dylan Dog mette in campo una mia paura che faccio rivolvere a lui. Tutto ciò è una chiave per mettere me stesso nella storia.

– In quale storia ti senti più coinvolto?
Mi sento particolarmente coinvolto in una storia che deve uscire a Settembre/Ottobre disegnata splendidamente da Giorgio Santucci. Al centro del discorso c’è il problema che ai giorni d’oggi le persone fraintendono l’utilizzo dei social utilizzandoli come degli strumenti di informazione. Non dicono più di aver sentito una cosa al telegiornale o di averla letta su un giornale, ma di averla letta su Facebook. Facebook però non è un mezzo di informazione, perché chiunque può aver scritto la notizia. Ho scritto quindi una storia su Dylan Dog portando questa situazione alle estreme conseguenze, in quanto non esiste più una verità assoluta, ma solo varie verità relative a cui ognuno vuole aderire, e ciò porta all’apocalisse. La cosa che mi mette più paura è che le persone oggi non credono più alla verità effettiva ma alla verità che più aderisce alla loro idea, innescando molti pregiudizi.

– Come vedi Dylan Dog in una grande battaglia contro la tecnologia?
Secondo me la caratteristica più bella di Dylan Dog è il non essere un eroe. Infatti egli è una persona sbagliata in un momento sbagliato che, nonostante ciò, cerca di fare la cosa giusta. È quel personaggio che arrivato durante l’apocalisse cerca di fare la cosa giusta. Dylan non è un vincente, ma è uno che si rialza sempre, per questo riusciamo ad immedesimarci in lui. Lui non “dice” la cosa giusta con indignazione come gli altri, ma si alza e agisce.

– Ti aspettavi la candidatura al premio “Micheluzzi” con John Doe e la vittoria al premio “Andrea Pazienza” con Orphany e Dylan Dog?
Sinceramente non mi aspettavo nessuna delle due perché sono un po’ fuori da tutte le dinamiche dei social e chi mi segue sui social sa che difficilmente partecipo ai flame del momento del fumetto italiano, non guardo la serie tv del momento. Sono indietro di cinque anni su tutto. Preferisco parlare di musica, dei fatti miei. Quando è arrivata la candidatura per John Doe ho pensato fosse uno scherzo, per cui ricordo di aver scritto agli organizzatori del Comicon per chiedere se ci fosse un errore, e loro dissero di aver letto il mio esordio su John Doe trovandolo bellissimo, che non sapessero ancora se avrei dimostrato di essere un grande autore, ma che a loro andava di mettermi in nomination per concentrare l’attenzione su di me e far notare alla gente che stava nascendo un autore. Questa cosa mi fece contento. Allo stesso modo, quando mi hanno dato il premio a Cosenza, mi hanno reso contento due cose: il gruppo dei giudici era composto per almeno due terzi da persone che non conosco né frequento ma che stimo, quindi mi ero sbagliato nel pensare ci fosse stata un’eccessiva benevolenza da parte di chi mi voleva bene. In più, mi colpì la motivazione della vittoria, in quanto mi premiarono poiché ero considerato un “agitatore culturale” organizzando festival per cinema e tv, essendo un personaggio a tutto tondo.

– Ci lasci una “pillola nerd” per i lettori?
Più che pillola vorrei un premio per il mio essere nerd, poiché ho chiamato mio figlio Giuseppe Zagor Uzzeo senza virgola. Dare il nome del proprio personaggio preferito dei fumetti da piccolo e che consideravo il mio eroe dovrebbe farmi guadagnare dei punti nerd.